Lo spirito e l'isola

Una gatta di nome Sushi

Sono un gatto e mi chiamo Sushi.

Per la precisione sono una gatta. Nera, per di più. E non ditemi che siete superstiziosi perché se no vi graffio.

In realtà, per essere ancora più precisi, dovrei dire mi chiamavo Sushi, perché non sono più.

Un po’ ci sono, ma non come prima. Vi spiego.

E successo che la Grande Dea Bastet, Signora di Tutti i Felini, mi ha rispedito nel diquamondo. Quando mi sono trovata al suo cospetto, mi ha chiesto: “Mieowrrrr?” Al che io ho semplicemente risposto: “Miaoooowww!”. E mi sono ritrovata di colpo nella mia vecchia casa, una tranquilla villetta in mattoni con orto, giardino e lucertole annessi.

Nel poco tempo che sono stata via (ma non chiedetemi quanto) un po’ di cose sono cambiate: tanto per cominciare nel mio solito angolino in taverna non c’erano più la mia ciotola di ottimi croccantini e neppure quella dell’acqua. Lì per lì mi sono agitata, poi però mi sono resa conto di non avere fame..

Poi, non ho trovato la mia lettiera, “E vabbè,” ho pensato, “la faccio fuori sotto il mio bel pino”. Quello, fortunatamente, c’è ancora.

E ci sono il mio divano, la mia sedia vicino al calorifero, la poltroncina ai piedi del letto e il mio tappeto su cui farmi le mie affilatissime unghie.

L cosa davvero strana è che tutte le porte di casa che prima rimanevano sempre aperte, ora sono inspiegabilmente quasi tutte chiuse. Ma quando mi sono appoggiata per aprirle, come facevo di solito, mi sono accorta che ci passavo attraverso. “Per Bastet!!! Ma cosa è successo? Dove è Simone? Perché riesco ad attraversare le porte?” Poi, dopo essermi fatta queste ed altre numerose domande, ho cominciato a ricordare.

C’era un cane in giardino. Strano! Non c’era mai stato un cane nel mio giardino, che del resto pattugliavo ogni giorno… Eppure in un assolato pomeriggio di primavera, subito dopo pranzo me lo sono ritrovato di fronte. Lì per lì mi sono spaventata: era grosso, nero e sbavava. Che schifo. Mi sono messa a correre… Correre? Purtroppo non sono mai stata molto veloce nella corsa. Poi…Tutto nero. E mi sono ritrovata davanti a Nostra Signora delle Nove Vite, che tutto governa. E quindi, patapim e patapam, rieccomi qui: una gatta fantasma di 4 anni di nome Sushi.Sono qui sul tappeto del salotto che cerco di abituarmi alla mia nuova condizione, arrovellandomi sul perché e percome, che sento le chiavi girare nella toppa dell’inferriata con il caratteristico clangore metallico. Sdleng! Sdleng! E ancora Sdleng. Visto il casino questo deve essere Simone che silenzioso come un bulldozer si appresta ad entrare in casa. E io come al solito gli corro incontro col rischio di farmi calpestare. Riconosco sui suoi jeans il mio odore (meglio dire profumo) e mi strofino ronfando come al solito, aspettandomi la mia buona dose di coccole, carezze e strofinii, che però non arriva.

Io, come al solito, casco ai suoi piedi. E quando dico casco, lo dico letteralmente, ma lui…Nulla… E vabbè sarà per un’altra volta… Come al solito, lui entra in casa, va in bagno, si toglie le scarpe (che io annuso per vedere dove è stato, cosa ha fatto e con chi) e le lascia lì, senza neanche metterle nella scarpiera. E’ un disordinato, ma tant’è. Poi sale nel suo studio e accende il computer. Va in camera e si mette la tuta. “Bene” dico io “così adesso se ne starà in casa”. Ormai dopo 4 anni di convivenza, conosco le sue abitudini come le mie sacre vibrisse. Io nel frattempo mi appollaio sulla sedia verde vicina a lui, mi metto in “posizione tartaruga” e lo osservo. Mi sembra svagato, triste. Così scendo dalla sedia, gli vado vicino, mi aggrappo ai suoi pantaloni (e qui dovrebbe anche sentire un po’ di male) per farmi tirare su. So per certo (anche se lui non lo ammetterebbe mai) che gli è sempre piaciuto avermi lì sulle sue cosce, seduto sulla sua poltrona girevole simil-finto-manageriale. L’unico problema era che, standoci già a malapena con le sue gambe sotto la scrivania, se mi ci sdraiavo pure io sulla sua pancia, lui era costretto a stare lontano dal computer, a lavorare anchilosato e a poter usare solo il mouse e non la tastiera. Ma tant’è… Mi vuole bene e mi lasciava fare… E poi una pausa ogni tanto male non fa. Così lui era costretto a non fare niente per un po’, mentre io mi facevo “a palla” e cominciavo a ronfare al calduccio. Ah che piacere! Però stavolta sembra che non capisca che deve tirami su. Ah già! La mia condizione ectoplasmatica non mi consente di fargli sentire la mia presenza e quindi risalgo sulla mia sedia e me ne sto buona lì.

Sono le 5 del pomeriggio, non fa né caldo né freddo, ascolto la radio e sono in buona compagnia. Che bello essere un gatto! E così prima di appisolarmi penso e ripenso. “E adesso?”. Non faccio neanche in tempo a rispondermi che mi metto già a sognare topi e uccellini che io inseguo sulle mie zampe malferme.

Ma ecco che Simone ora va in bagno. Ma… Che fastidio!

Ma te l’ho detto mille volte di non chiudere le porte! La devo buttare giù? Va bene! Adesso la butto giù! Gratt… gratt… gratt…Non mi importa se rovino il legno. Apri la porta!

Simone, che intanto si è già seduto per fare i suoi bisogni, è costretto a venire ad aprire, rischiando di inciampare tra le mutande e i pantaloni. Io entro, esploro, guardo, annuso tutto: ciabatte, asciugamani, vestiti. Tutto a posto. Ora voglio di nuovo uscire, ma la porta è ancora chiusa! Gratt… gratt… gratt.

Questo era quello che succedeva di solito. Ora scusatemi, vado a snebbiarmi, attraverso la porta (chiusa) che da sul balcone, vado a fare quattro passi e intanto perlustro il mio bel giardino.

Non ho molti ricordi precedenti il mio arrivo in casa. Non mi ricordo bene la mia mamma gatta ne i miei fratellini. Mi ricordo che un giorno nel posto dove vivevo prima, è arrivato Simone. Mi ricordo che mi ha preso nel palmo della sua mano e ha detto una cosa tipo: “Questa gatta sarà buona e curiosa.” Non so come abbia fatto a pensare una cosa del genere; forse lui come me ha un sesto senso perché io avevo pensato la stessa cosa di lui… Io intanto me ne stavo con le vertigini sul palmo della sua mano e mi guardavo attorno. Non so perché ha dedotto quelle cose. Ma so che le ha sempre pensate.

Dopo che mi ha affettuosamente salutato, sono rimasta lì un po’ frastornata a giocherellare coi miei fratellini. Poi un bel giorno ho rivisto Simone. Aveva in mano un assurdo trasportino rosa shocking, di plastica, anni 70. Un vero obbrobrio. Io andare lì dentro? No! Mai! Dopo 2 minuti ero chiusa dentro. Sentivo rumori fortissimi, c’era forte vento e tutto tremava. Più tardi avrei capito che quella si chiamava automobile.

Non mi piaceva andarci e piangevo disperata. Ogni tot minuti Simone si fermava per darmi qualche carezzina e mi parlava: “resisti che manca poco”. Io so solo che dopo 5 soste non eravamo ancora arrivati. Un viaggio infernale. Ma dove ce ne stavamo andando? Nel sacro Egitto?

Finalmente finiscono i rumori, e al posto di orribili odori comincio a sentire profumi di erba, di selvatico. Sentivo uccellini cantare, insomma si cominciava a stare molto meglio!

Sempre nel mio orrido trasportino rosa, Simone mi porta in taverna.

Io ero malridotta. Avevo gli occhi tumefatti e non riuscivo a camminare bene.

STOMP! e cascavo per terra. Simone, non mostrando per nulla preoccupazione diceva invece: “Ma vaaaa! E’ solo perché è piccola che cade!”. Però i miei fratellini non cascavano. Stavo comunque facendo del mio meglio ad esplorare la grande casa, col grande pavimento in piastrelle di cui non vedevo la fine. Era un mondo nuovo da scoprire. Nuovi rumori, odori, sapori, sensazioni, cui il mio cervellino si stava abituando.

Dopo qualche giorno le mie condizioni peggiorano visibilmente (praticamente non vedevo nulla) così l’orso si decide e si va dal dottore. Ancora in macchina (per poco stavolta) e rieccomi su un tavolo freddo e grigio a frignare.

La simpatica dottoressa dello Studio Veterinario Anubi fa una diagnosi che non ammette repliche: “Clamidia”. “E cos’è la Clamidia?”, mi chiedo preoccupata. Torniamo a casa e cominciano gli impacchi di camomilla, creme, cremine, cremette e pillole . Non stavo affatto bene, ma il simpaticone che si stava prendendo cura di me mi piaceva un sacco. Solo che stavano accadendo troppe cose insieme e avevo pochissima fame. Cercava di darmi dei beveroni siringandomeli in bocca. Ma avevo lo stomaco chiuso… Poi un giorno, ho cominciato a sentirmi meglio e mi si è aperto lo stomaco e mi sono pappato un omogeneizzato di vitello allungato con acqua. Che bontà!

Un giorno ho sentito Simone dire: “Continuo a vederla in giro…” Io mi sono destata subito dal mio sonno leggero e ho cominciato a miagolare dicendo: “Sìììì… Sìììì… sono qui! Miaoooooo. Ci sono anche io!” Ho cominciato a farmi le unghie sul divano, sul tappeto, sulla porta… Ma niente… Ho fatto un casino, sapeste! Ma non mi ha sentito. Volevo fargli sapere che non è il vento che apre talvolta le porte. Che qualche volta riesco a sollevare qualche fogliolina secca e spingerla con la mia zampa dentro la casa. Che tutte le sere mi sdraio sul lettone ai piedi di Simone e aspetto che prenda sonno. Ogni tanto lui si ricorda di me e si strofina i piedi sotto la mia panciona (ebbene sì ero un po’ cicciottella) . Poi finalmente si addormenta, anche se ha un sonno molto agitato. E’ sempre rimasto alzato fino a tardi, ma ora sta proprio esagerando… Certe volte va tardissimo a dormire e si mette a leggere perché ancora non ha sonno, poi verso le quattro finalmente cede e io giro per casa pensando a cosa fare. Per la mia coda! Che pasticcio! Vorrei essere ancora viva e vegeta e fare ancora le fusa come una volta, ma sono solo un fantasma.

Però… Che bello essere una gatta!

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