Lo spirito e l'isola

Uccidere l’elefante (o la foca monaca)

dsc09030Sono sempre stato una persona riflessiva e negli anni ho sviluppato una certa capacità di autoanalisi e analisi del mondo che mi circonda.
Negli ultimi tempi ho indirizzato questo “potere” su un aspetto ben specifico del mio mondo e cioè: perché le persone che ho intorno provano “gusto” a darmi contro? Cosa li spinge? Non lo fanno per motivi particolari, lo fanno per partito preso.

E’ irrilevante il motivo del contendere.
Il mio non è vittimismo, francamente trovo penoso questo atteggiamento, però mi chiedo, ma cosa dà loro gusto? Dov’ è finita la necessaria onestà intellettuale?


Mi sono dato una risposta.

Lo scopo è, come lo chiamo io, uccidere l’elefante. Io sarei l’elefante. Un bersaglio bello grosso, difficile da abbattere ma che una volta abbattuto dà diverse soddisfazioni. Ci si può fare un selfie o un trofeo.
La spiegazione che mi sono dato, osservando certi comportamenti è la mancanza di autostima di certe persone. Uccidere l’elefante colma il cacciatore di  soddisfazione. Farmi stare zitto in una discussione dà agli altri un forte orgasmo. La stessa sensazione. E io ho partecipato a molte discussioni. Lo scopo non è più lo scambio di idee fine a se stesso, ma l’abbattimento dell’altro. Zittirlo. Sbeffeggiarlo.

Cercano di abbattermi, perché io di ego e autostima ne ho tanta. Loro mi sparano, ma non stanno sparando ad un triste maiale al mattatoio, stanno sparando ad un pachiderma, ricordiamolo.

E spesso questa cosa avviene in branco. Nel senso di branco di cacciatori. Ognuno si fa forza non di sé stesso, ma bensì della forza e dell’aiuto che vengono dagli altri membri. L’ho vissuto in diverse discussioni, in diversi “esperimenti sociali” 8di cui parlerò in un prossimo post). Il discorso pian piano si sposta: non si discute più per perorare la propria idea, ma “contro” la mia, di solito. Sono due cose diverse. Quindi non c’è arricchimento. Almeno da parte mia.

E negli anni, in tutte le cene fatte, ho sempre visto che solo in rarissimi casi, qualcuno s’è levato in mia difesa. Non che ne avessi bisogno, ma questo la dice lunga sui concetti di branco e imitazione. Le voci fuori dal coro sono poche.

Sono di solito le persone che mi conoscono molto bene che cercano di “abbattermi”. Ma non tutte le persone che mi vogliono bene tentano di farlo. Sono le persone che più provano invidia, che più covano rancore, le meno calme e tranquille, persone che non mi somigliano. Oppure persone che mi usano, generalizzando. Divento un padre, un fratello maggiore, un ex fidanzato (o comunque persone forti) da smontare oggi, perché non lo si è potuto fare allora. Delle volte mi sono reso conto che persino la mia generosità è un problema. Essere generosi con alcuni, porta questi in una situazione di sudditanza a cui ribellarsi, almeno a parole.

Tutto questo, non me la sono inventato: mi è stato risposto da diverse persone di fronte alle mie giuste rimostranze che “è così e non ci si può fare niente”. Mi è stato detto che “molti nemici, molto onore”. Significa per loro che valgo molto. E quindi dovrei esserne contento. Così mi dicono.
Vuol dire che quella persona tiene a me.
Però mi chiedo cosa ci sia di bello nell’abbattere un elefante, che è lì sì fiero e possente, ma non minaccioso. Vive la sua vita, vagamente insensibile ai fatti del mondo.

Ho usato il paragone con l’elefante, ma potrei farlo con la foca monaca.

A Marettimo nel 1901 Vincenzo Duran uccise una foca monaca. Ora che non ce ne sono più, a Marettimo tutti cercano la “benedizione” dell’avvistamento della foca.  Tutti la vogliono vedere. Le hanno costruito persino un monumento. Al posto di erigerlo in onore dei fieri pescatori marettimari, l’hanno eretto in onore di una foca che in anni bui, mangiava il pesce che serviva per sfamare i propri figli.

I pescatori odiavano le foche e avevano il diritto di abbatterle. Ma  Duran che diritto aveva di squartarla, di scuoiarla, fare con la pelle un tappeto e di buttare la carcassa davanti allo Scalo Nuovo? A leggere questa storia,  non so perché, quello mi è sempre sembrato un gesto di violenza gratuita, un po’ come nella Ballata del Vecchio Marinaio, dove il vecchio, uccide senza motivo un albatro maestoso. E quest’atto verrà fatto scontare a tutta la ciurma.

God save thee, ancient Mariner!
From the fiends, that plague thee thus!—
Why look’st thou so?”—With my cross-bow
I shot the ALBATROSS.”

Scrive Coleridge.
Negli anni, ho sempre “combattutto”, risposto colpo su colpo. Ma ora sono stufo. Il forte orgoglio che è in me mi dice di continuare a fare come ho sempre fatto. Ribattere con la forza delle mie idee. Ma oggi, dalla parte sbagliata dei 40 anni, sono stufo. Lascio perdere. Mi sembra così assurdo dilapidare ulteriormente le mie energie. Sono solo mulini a vento.
Ho fondato gruppi, reali e virtuali, che rimanevano silenziosi fino a che facessi capolino. E una volta fatto sono sempre arrivati i cacciatori coi loro cani.
Ma se mancano le prede, i cacciatori non hanno più ragion d’essere. Una preda invece ha in sé la sua ragion d’essere.
A che mi serve “vincere ” delle discussioni e mettere altro ego in cascina? A cosa mi serve dare in pasto agli amici post su facebook che scatenano flame al solo scopo di farli discutere e di farli sentire meno soli o semplicemente di far loro dire “Io esisto”?

Oggi mi accorgo che mi serve più tranquillità. L’elefante vorrebbe fuggire via dove i cacciatori non possono raggiungerlo e non avranno più modo di far crescere la propria autostima. La foca monaca sta sulle secche vicino alla Tunisia, insensibile alle preghiere dei Marettimari che, invece ogni giorno, la anelano.

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