Lo spirito e l'isola

Incipit

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Quando ho iniziato a scrivere “Lo spirito e l’isola”, sono partito dal prologo, in cui si racconta l’origine della prima tavola Ouija, ideata e realizzata (almeno secondo la mia teoria) da Ernest Christian Reiche e a cui fu poi rubata da Charles Kennard.

Sapevo che questo non poteva essere un incipit adeguato e poche settimane dopo (siamo nell’Agosto del 2013) ho cominciato a scrivere quello che avrebbe dovuto essere il vero incipit del libro. Per lo più era un incipit “autobiografico”, in cui ho ripercorso a memoria un dialogo avvenuto qualche anno prima. Per tre anni l’ho revisionato, cambiato, migliorato, cesellando ogni parola. Man mano però che continuavo a scrivere le pagine del romanzo, mi rendevo conto che, sebbene quell’incipit mi piacesse, non era quello adeguato al romanzo: un lettore che avesse aperto la prima pagina del mio libro l’avrebbe lasciato lì perché non avrebbe risvegliato in lui nessun tipo di curiosità.

Quando mi sono ritrovato a cercare un editor per il mio libro, ho dovuto spedire ad alcuni di loro le prime pagine e, come previsto, i giudizi su quell’incipit sono stati del tipo: “bello ma non funziona”. La mia attuale editor dice di tenerlo nel mio “diario segreto”, che è meglio. Poi però ha deciso di usarlo nel suo blog a scopo didattico, per spiegare ad aspiranti scrittori il suo metodo di lavoro, insomma: “cosa non fare”.  A qualcosa quindi potrebbe servire.

Fortunatamente, circa un anno fa ho cominciato a pensare a quale fosse un incipit “adeguato” e ho cominciato a leggere consigli di chiunque: scrittori affermati, esordienti, blogger, insegnanti di scrittura creativa, ognuno con la sua opinione. Ogni libro però fa storia a sé e io mi sono fidato del mio intuito. Tanto per cominciare, ho scritto un incipit che è una parte di un libro inesistente (che viene citato nel romanzo) scritto da una delle protagoniste. Questo libro fittizio, intitolato: “Marettimo: storie, misteri e tradizioni”, rappresenta un po’ la mia versione del Necronomicon, uno dei tanti pseudobiblia inventati da Howard Phillips Lovecraft. Nel mio incipit, Angelina Campo, l’autrice, cerca di far luce su una misteriosa vicenda accaduta a Marettimo che l’ha vista testimone e che verrà quindi raccontata nel resto del mio romanzo. Questo incipit mi convince assai di più, sebbene complichi ulteriormente un romanzo che era già complicato di suo. Al momento la mia editor ha concluso la correzione di circa 70 pagine e nonostante non sia avara di commenti negativi (quando necessari), questa volta ha detto che è un incipit migliore.

Quindi finalmente, dopo più di tre anni di lavoro, posso finalmente pubblicare la parte iniziale del mio libro, che secondo la tabella lavori, vedrà la luce nel Marzo 2017.

Lo spirito e l’isola

Si dice che su quest’isola le persone muoiano solo di infarto o di vecchiaia. Nella maggior parte dei casi si tratta di un’affermazione veritiera, eppure, ci sono state rare eccezioni: escludendo incidenti di pesca e casi di annegamento, le morti violente avvenute a Marettimo negli ultimi cinquant’anni, si contano sulle dita di una mano sola.
Due di questi tragici eventi avvennero addirittura lo stesso giorno, e precisamente la sera del 10 Agosto 1974. La straordinarietà dell’accaduto, si deve soprattutto al fatto che vi furono coinvolti un vecchio pescatore e la sua unica figlia. La donna, uscita di casa attorno alle nove per recarsi allo Scalo Nuovo – dove si stava svolgendo la Festa delle Stelle Cadenti – scomparve.
Fu ritrovata alcune ore dopo: due ragazzi che si erano appartati in una pineta, rinvennero il suo corpo esanime e lo riportarono in paese. Sebbene avesse il cranio fratturato, oltre a diverse escoriazioni e ferite, Alexandra Morris era, per miracolo, ancora viva. Trasferita in ospedale a Trapani, rimase in coma per diverse settimane e, dopo una lunga degenza, fu dimessa, ma con nessuna speranza da parte dei medici, di vederla riprendersi dallo stato catatonico in cui versava. Morì pochi mesi dopo, senza aver mai più proferito una sola parola o, almeno, così si è sempre supposto.
Suo padre Alfred invece, uscito in barca durante l’imprevista tempesta che si scatenò quella sera, fu ritrovato cadavere il mattino successivo, il corpo incastrato tra gli scogli, le ossa sbriciolate dalla furia delle onde e il viso irriconoscibile.
Le indagini sulla morte dell’uomo e sull’incidente occorso alla figlia, furono condotte in modo sbrigativo e non approdarono a nulla: alcuni testimoni furono ascoltati ma nessuno venne mai sospettato e tanto meno incriminato. A sentire il comandante del locale presidio dei carabinieri, «ci furono solo sciagure e fatalità» e i fascicoli relativi ai due casi vennero chiusi e presto dimenticati.
A far piena luce su quel che accadde, fu la figlia della sventurata donna che, bambina all’epoca della tragedia e già senza padre, era rimasta orfana. Una volta cresciuta, la ragazza scoprì la verità su quanto era successo ai propri famigliari, grazie ad una misteriosa tavola ouija di cui, per caso, una volta adolescente, era entrata in possesso.
Sebbene oggi le ouija siano considerate poco più di un gioco da tavolo e vengano vendute – soprattutto nei paesi anglosassoni – nei negozi di giocattoli, quella acquistata dalla ragazza nel 1989, fu di certo la prima ad essere stata creata.
Il suo misterioso ideatore aveva deciso per oscure ragioni di sbarazzarsene e il brevetto della tavola ouija fu successivamente registrato a nome della Kennard Novelty Company, che ne iniziò la commercializzazione nel 1890.
E così, avvenne che un oggetto nato per mettere in comunicazione i vivi con gli spiriti dei defunti, iniziò a diffondersi come un semplice passatempo, prima nel Maryland, poi in tutti gli Stati Uniti e, infine, nel resto del mondo.

Angelina Campo,  Marettimo: storie e tradizioni,
Marausa Edizioni, 2007

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